Lettera dello studente Pino Robusti alla fidanzata dalle carceri del Coroneo di Trieste il 5 aprile 1945. Il giorno dopo egli veniva ucciso e bruciato nel forno della Risiera.
Trieste, 5 aprile 1945
Laura mia
Mi decido di scrivere queste pagine in previsione di un epilogo fatale ed impreveduto. Da due giorni partono a decine uomini e donne per ignota destinazione. Può anche essere la mia ora. In tale eventualità io trovo il dovere di lasciarti come mio unico ricordo queste righe.
Tu sai, Laura mia, se mi è stato doloroso il distaccarmi, sia pure forzatamente da te, tu mi conosci e mi puoi con i miei genitori, voi soli, giustamente giudicare. Se quanto temo dovrà accadere sarò una delle centinaia di migliaia di vittime che con sommaria giustizia in un campo e nell’altro sono state mietute.
Per voi sarà cosa tremenda, per la massa sarà il nulla, un’unità in più ad una cifra seguita da molti zeri. Ormai l’umanità si è abituata a vivere nel sangue. Io credo che tutto ciò che tra noi v’è stato, non sia altro che normale e conseguente alla nostra età, e son certo che con me non avrai imparato nulla che possa nuocerti né dal lato morale né dal lato fisico. Ti raccomando perciò, come mio ultimo desiderio, che tu non voglia o per debolezza, o per dolore, sbandarti e uscire da quella via che con tanto amore, cura e passione ti ho modestamente insegnato.
Mi pare strano mentre ti scrivo, che tra poche ore una scarica potrebbe stendermi per sempre, mi sento calmo, direi quasi sereno, solo l’animo mi duole di non aver potuto cogliere degnamente, come avrei voluto, il fiore della tua giovinezza, l’unico e più ambito premio di questa mia esistenza.
Credimi, Laura mia, anche se io non dovessi esserci più, ti seguirò sempre, e quando andrai a trovare i tuoi genitori io sarò là, presso la loro tomba, a consigliarti, ad aiutarti.
L’esperienza che sto provando, credimi, è terribile. Sapere che da un’ora all’altra tutto può finire, essere salvo, e vedermi purtroppo avvinghiato, senza scampo dall’immane polipo che cala nel baratro.
È come divenir ciechi poco per volta. Ora, con te sono stato in dovere di mandarti un ultimo saluto, ma con i miei, me ne manca l’animo, quello che dovrei dire loro è troppo atroce perché io possa avere la forza di dar loro un dolore di tale misura. Comprenderanno, è l’unica cosa che io spero.
Comprenderanno.
Addio Laura adorata, io vado verso l’ignoto, la
gloria o l’oblio, sii forte, onesta, generosa, inflessibile. Laura santa.
Il mio ultimo bacio a te che comprende tutti gli
affetti miei, la famiglia, la casa, la patria, i figli.
Addio.
Pino
Fabrizio de André, Preghiera in gennaio [Volume 1, 1967]
Mes tableaux vivent d’imperfection consciente.
[lettre à Jean Adrian, Paris, mars 1943]
Lei ha già fatto cenno al fatto che ha lavorato per molti anni nell’industria, industria chimica: è stato direttore di una fabbrica se non sbaglio di resine e vernici. Questa è un’esperienza che ha pure un ampio spazio nella sua opera letteraria e, mi pare, non solo per quanto riguarda i temi e i personaggi dei suoi libri, ma anche per la concezione della sua scrittura, mi sembra.
È probabile, per quanto, in generale lo scrittore è il peggior giudice del proprio modo di scrivere. Io ho quest’impressione però: che il mio mestiere di tecnico, che ho fatto per trent’anni – più di trent’anni – abbia in qualche modo influito sul mio modo di vivere, e in specie sul mio modo di scrivere, e credo che… – da uno scrittore ci si aspettano molte cose, anzi, per nostra fortuna non esiste un codice morale dello scrittore: uno scrittore scrive come vuole – però io ho l’impressione che… di aver ereditato due qualità nel mio scrivere dal mio mestiere tecnico, e cioè la precisione e la concisione.
Ecco quello che forse lei definisce le tre caratteristiche della chimica: “separare, pesare e distinguere”, no?
È certamente riduttivo questo: so benissimo che queste cose né occorrono né bastano. Però servono a creare un certo stile, e credo che questo stile sia il mio. È evidente che questa definizione, questa delimitazione non si adatta a… all’Ariosto per esempio, no? Un poeta ha altri strumenti. E io stesso, quando mi capita, raramente, di poetare, attingo a altre fonti. Però nel mio scrivere normale, ho l’impressione di… continuare con altri mezzi quello che facevo quando ero chimico, cioè appunto: “pesare, distinguere, riconoscere”.
[l’intervista è molto bella]
[concordo; però, per me, niente è meglio dei taccuini]Henri-Pierre Roché si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche sognando una carriera diplomatica. Durante una freddissima sessione parigina scopre d’aver frequentato lo stesso liceo di Baudelaire ma di non averlo mai incrociato. Affranto, e amareggiato dalle sue frequentazioni di bruttoni come Picasso e la Stein, pianta tutto e decide di scrivere che la felicità si racconta male. Ci mette tutto un libro per dirlo, e questo libro si chiama Jules e Jim.
but could you love me anyway
![Phyllida Lloyd, The Iron Lady [2012]](http://24.media.tumblr.com/tumblr_lyic74yI6s1qzsvlwo1_500.jpg)



![Lytton Strachey and Virginia Woolf (née Stephen) by Lady Ottoline Morrell [June 1923]](http://25.media.tumblr.com/tumblr_lycgmyNp5S1qzsvlwo1_500.jpg)
