Primo Levi. Conversazione con Enrico Lombardi

Lei ha già fatto cenno al fatto che ha lavorato per molti anni nell’industria, industria chimica: è stato direttore di una fabbrica se non sbaglio di resine e vernici. Questa è un’esperienza che ha pure un ampio spazio nella sua opera letteraria e, mi pare, non solo per quanto riguarda i temi e i personaggi dei suoi libri, ma anche per la concezione della sua scrittura, mi sembra.

È probabile, per quanto, in generale lo scrittore è il peggior giudice del proprio modo di scrivere. Io ho quest’impressione però: che il mio mestiere di tecnico, che ho fatto per trent’anni – più di trent’anni – abbia in qualche modo influito sul mio modo di vivere, e in specie sul mio modo di scrivere, e credo che… – da uno scrittore ci si aspettano molte cose, anzi, per nostra fortuna non esiste un codice morale dello scrittore: uno scrittore scrive come vuole – però io ho l’impressione che… di aver ereditato due qualità nel mio scrivere dal mio mestiere tecnico, e cioè la precisione e la concisione.

Ecco quello che forse lei definisce le tre caratteristiche della chimica: “separare, pesare e distinguere”, no?

È certamente riduttivo questo: so benissimo che queste cose né occorrono né bastano. Però servono a creare un certo stile, e credo che questo stile sia il mio. È evidente che questa definizione, questa delimitazione non si adatta a… all’Ariosto per esempio, no? Un poeta ha altri strumenti. E io stesso, quando mi capita, raramente, di poetare, attingo a altre fonti. Però nel mio scrivere normale, ho l’impressione di… continuare con altri mezzi quello che facevo quando ero chimico, cioè appunto: “pesare, distinguere, riconoscere”.

[l’intervista è molto bella]

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